Dr. Leonardo Mattei, Psicologo
Approccio Cognitivo Comportamentale
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Prendere una decisione dovrebbe essere, almeno in teoria, abbastanza semplice: valutiamo le possibilità, scegliamo quella che ci sembra più adatta e andiamo avanti.
Eppure, per alcune persone, anche una scelta apparentemente banale può trasformarsi in un lungo processo fatto di dubbi, confronti, ripensamenti e richieste di conferme.
E se stessi scegliendo male?
E se tra qualche mese me ne pentissi?
E se ci fosse un'opzione migliore che non sto considerando?
E se facessi la scelta sbagliata?
Così continuiamo a pensarci. Cerchiamo altre informazioni, chiediamo il parere di qualcuno, confrontiamo ancora una volta le alternative. A volte rimandiamo la decisione nella speranza che diventi più chiara.
Ma spesso succede qualcosa di paradossale: più cerchiamo di essere sicuri della scelta, più diventa difficile scegliere.
Riflettere prima di prendere una decisione non è un problema. Anzi, in molte situazioni è necessario.
Il punto non è quindi distinguere tra persone che pensano molto e persone che pensano poco.
La differenza riguarda soprattutto la funzione che ha il pensiero.
Se riflettere ci permette di raccogliere informazioni, considerare le conseguenze e arrivare gradualmente a una scelta, il pensiero sta svolgendo il suo compito.
Se invece continuiamo a ripetere gli stessi ragionamenti senza arrivare a una decisione, il pensiero può trasformarsi in un modo per rimandare il momento dell'incertezza.
Non stiamo più cercando soltanto di capire quale scelta sia migliore.
Stiamo cercando di raggiungere una sicurezza assoluta prima di scegliere.
Ed è proprio qui che può nascere il problema.
Una delle ragioni per cui decidere può diventare così difficile è il desiderio di avere la certezza che la scelta sia quella giusta.
Il problema è che, nella maggior parte delle decisioni importanti, questa certezza non esiste.
Non possiamo sapere con precisione come andrà una relazione, se un cambiamento lavorativo sarà davvero positivo, se una città ci piacerà tra cinque anni o se una determinata scelta ci renderà felici.
Possiamo raccogliere informazioni e valutare le conseguenze, ma una parte dell'incertezza rimane inevitabilmente.
Quando facciamo fatica a tollerarla, possiamo cercare continuamente nuove garanzie:
leggere un'altra opinione;
chiedere consiglio a più persone;
confrontare ancora le alternative;
cercare informazioni su Internet;
immaginare tutti gli scenari possibili;
aspettare di “sentirci finalmente sicuri”.
Il paradosso è che la sicurezza tanto desiderata spesso non arriva.
Dietro l'indecisione può esserci una particolare paura: quella di commettere un errore.
Per alcune persone sbagliare non significa semplicemente prendere una decisione che si rivelerà poco utile.
Può significare molto di più:
“Avrei dovuto capirlo prima.”
“Ho rovinato tutto.”
“Non sono capace di scegliere.”
“Gli altri si accorgeranno che ho sbagliato.”
In questi casi la decisione non viene più vissuta soltanto come una scelta tra diverse possibilità.
Diventa una sorta di giudizio sulle proprie capacità.
E più importante è ciò che è in gioco, più aumenta la pressione.
A volte non temiamo tanto la scelta in sé quanto ciò che potrebbe accadere dopo.
Potremmo pentirci.
Questa possibilità può portarci a immaginare continuamente scenari alternativi:
“E se avessi scelto l'altra possibilità?”
Il problema è che, quando immaginiamo continuamente la vita alternativa che avremmo potuto avere, qualsiasi decisione rischia di sembrare insoddisfacente.
Una scelta non viene più valutata per ciò che offre realmente.
Viene confrontata con tutte le possibilità che abbiamo escluso.
E naturalmente nessuna scelta può competere con un'alternativa immaginata in cui tutto è andato perfettamente.
Confrontarsi con qualcuno può essere utile.
Il problema nasce quando il consiglio degli altri diventa una condizione necessaria per riuscire a decidere.
Possiamo iniziare a pensare:
“Dimmi tu cosa faresti.”
E poi chiedere un secondo parere.
E un terzo.
E magari tornare dalla prima persona per verificare che sia ancora d'accordo.
La richiesta di consiglio può dare un sollievo immediato: per qualche momento non siamo più soli davanti alla responsabilità della scelta.
Ma se diventa sistematica, può rafforzare l'idea che non siamo in grado di decidere autonomamente.
Così ogni nuova decisione richiede una nuova conferma.
Un altro meccanismo frequente consiste nel cercare continuamente l'opzione migliore.
Non basta che una possibilità sia sufficientemente buona.
Deve essere la migliore.
Questo può portare a confrontare:
pro e contro;
vantaggi e svantaggi;
costi e benefici;
possibilità presenti e future;
scenari positivi e negativi.
Il problema è che, soprattutto nelle decisioni complesse, non esiste necessariamente un'opzione oggettivamente perfetta.
Le alternative possono avere contemporaneamente vantaggi e svantaggi.
Scegliere significa quindi anche rinunciare a qualcosa.
E per alcune persone è proprio questa parte della scelta a essere difficile.
Ogni decisione importante contiene una piccola perdita.
Se scelgo una strada, ne lascio aperte altre.
Se accetto un lavoro, rinuncio alle altre possibilità.
Se scelgo di rimanere in una relazione, rinuncio alla possibilità di intraprendere altre relazioni.
Se cambio città, lascio qualcosa della vita che avevo prima.
Questo non significa che una decisione sia necessariamente sbagliata.
Significa che scegliere implica inevitabilmente chiudere alcune possibilità.
Per chi fatica a tollerare questa rinuncia, mantenere tutte le alternative aperte può sembrare più sicuro.
Ma mantenere sempre aperte tutte le possibilità significa, alla fine, rischiare di non sceglierne nessuna.
A questo punto si comprende perché l'indecisione possa diventare un circolo vizioso.
Immaginiamo una persona davanti a una scelta.
Decisione → ansia → dubbi → ulteriori analisi → rimando → sollievo.
Il sollievo è importante.
Quando rimandiamo una decisione, infatti, per qualche momento la tensione diminuisce.
Non dobbiamo ancora scegliere.
Non dobbiamo ancora correre il rischio di sbagliare.
Non dobbiamo ancora affrontare le conseguenze.
Il problema è che questo sollievo può insegnare implicitamente alla nostra mente che rimandare funziona.
La volta successiva, davanti a una nuova decisione, potremmo essere ancora più portati a rimandare.
E il ciclo ricomincia.
Un'altra difficoltà può essere quella di trattare ogni scelta come se avesse lo stesso peso.
Ma decidere cosa mangiare a cena e decidere se cambiare lavoro non richiedono lo stesso livello di riflessione.
Alcune decisioni sono facilmente reversibili.
Altre hanno conseguenze più importanti o difficili da modificare.
Imparare a distinguere tra queste situazioni può essere utile.
Una decisione reversibile non ha necessariamente bisogno di una lunga analisi.
A volte possiamo semplicemente scegliere, vedere come va e correggere eventualmente la direzione.
Una domanda può essere particolarmente utile:
“Sto raccogliendo informazioni che mi aiutano davvero a decidere oppure sto cercando una certezza che probabilmente non potrò avere?”
Alcuni segnali possono indicare che il pensiero sta diventando controproducente:
continui a ripetere gli stessi ragionamenti;
cerchi sempre una nuova conferma;
cambi continuamente idea;
immagini scenari negativi senza arrivare a una conclusione;
senti che devi essere completamente sicuro prima di decidere;
rimandi anche quando hai già abbastanza informazioni;
dopo aver scelto, continui a verificare se hai fatto bene.
Non significa necessariamente che ci sia un disturbo psicologico.
Può semplicemente indicare un modo di affrontare l'incertezza che, in quel momento, non sta più aiutando.
L'obiettivo non è diventare persone impulsive.
E nemmeno convincersi che ogni decisione sarà quella giusta.
Si tratta piuttosto di sviluppare la capacità di dire:
“Non posso sapere con certezza come andrà. Posso però decidere sulla base delle informazioni che ho oggi.”
Una scelta può essere ragionevole anche se non è perfetta.
Può essere coerente con i nostri valori anche se comporta dei rischi.
E può rivelarsi diversa da come immaginavamo senza per questo trasformarsi automaticamente in un errore.
In alcuni casi, inoltre, una decisione non deve essere definitiva.
Possiamo scegliere, osservare cosa succede e, quando necessario, modificare la direzione.
A volte l'indecisione non riguarda davvero quale alternativa scegliere.
Riguarda la difficoltà di tollerare quello che sentiamo nel momento in cui dobbiamo scegliere.
Ansia.
Paura.
Senso di responsabilità.
Timore del giudizio.
Paura del rimpianto.
Incertezza.
Quando il problema viene visto in questo modo, cercare ancora più informazioni non è necessariamente la soluzione.
Può essere più utile comprendere che cosa rende così difficile stare nell'incertezza.
Ed è proprio qui che può diventare importante un percorso psicologico.
La difficoltà a prendere decisioni diventa particolarmente importante quando comincia a interferire con la vita quotidiana.
Per esempio, quando porta a rimandare continuamente scelte importanti, alimenta una forte ansia, rende difficili le relazioni o il lavoro, oppure fa sentire costantemente incapaci di fidarsi delle proprie valutazioni.
Un percorso psicologico può aiutare a comprendere che cosa mantiene l'indecisione, quali paure la alimentano e quali strategie vengono utilizzate per cercare di sentirsi più sicuri.
L'obiettivo non è imparare a prendere sempre la decisione giusta.
È sviluppare una maggiore capacità di scegliere anche quando una parte di incertezza rimane.
Forse il problema non è che non sai decidere.
Forse, in alcuni momenti, stai chiedendo a una decisione qualcosa che nessuna decisione può darti: la certezza assoluta che non te ne pentirai.
Ma una scelta non può eliminare completamente il rischio.
Possiamo informarci, riflettere, ascoltare ciò che sentiamo e considerare le conseguenze. A un certo punto, però, dobbiamo accettare che una parte della strada rimarrà sconosciuta.
Decidere non significa sapere come andrà. Significa scegliere una direzione anche quando non possiamo conoscere in anticipo tutto ciò che troveremo lungo il percorso.