Dr. Leonardo Mattei, Psicologo
Approccio Cognitivo Comportamentale
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Perché faccio fatica a mostrare le mie fragilità?
 

«Non voglio che gli altri mi vedano così.»

Può essere questo il pensiero che ci attraversa quando stiamo vivendo un momento difficile e qualcuno ci chiede come stiamo. Vorremmo raccontare quello che ci succede, spiegare perché siamo preoccupati o ammettere che, almeno per una volta, non riusciamo a gestire tutto da soli. Eppure, finiamo per rispondere che va tutto bene.

A volte cambiamo argomento, scherziamo per alleggerire la conversazione o raccontiamo quello che è successo senza parlare davvero di come ci ha fatto sentire. Altre volte preferiamo aspettare di aver risolto un problema prima di condividerlo con qualcuno, come se mostrarci in difficoltà fosse qualcosa di cui dovremmo vergognarci.

Può succedere anche con le persone a cui siamo più legati. Desideriamo sentirci compresi, ma quando si presenta l'occasione di raccontare qualcosa di personale avvertiamo un disagio difficile da spiegare.

Perché facciamo così fatica a mostrare le nostre fragilità? E perché, a volte, ci sentiamo più al sicuro quando nessuno conosce davvero le nostre difficoltà?

 

La paura che gli altri scoprano qualcosa di noi

 

Mostrare una fragilità non significa semplicemente raccontare un'esperienza spiacevole. Significa permettere a qualcuno di vedere una parte di noi che preferiremmo tenere nascosta: un'insicurezza, una paura, un bisogno o qualcosa che ci fa sentire inadeguati.

Il timore non riguarda soltanto ciò che stiamo vivendo, ma anche il significato che gli altri potrebbero attribuirgli.

Possiamo preoccuparci che una persona ci consideri meno capaci, meno interessanti o meno affidabili. Potremmo temere che un'ammissione di insicurezza modifichi l'immagine che ha di noi, soprattutto se siamo abituati a essere considerati quelli che sanno sempre cosa fare, che non si lamentano mai o che riescono a cavarsela in ogni situazione.

Immaginiamo una persona che, sul lavoro, viene apprezzata per la sua competenza e affidabilità. Quando si trova ad affrontare una difficoltà, invece di parlarne con un collega, preferisce nasconderla e cercare una soluzione autonomamente. Non vuole soltanto evitare una critica: teme che mostrare un limite possa mettere in discussione la considerazione che gli altri hanno di lei.

In questo caso, la fragilità viene vissuta come qualcosa da proteggere perché sembra contenere un'informazione pericolosa su di sé. Come se ammettere una difficoltà significasse rivelare qualcosa che gli altri non dovrebbero sapere.

Ma una difficoltà non racconta tutta la nostra storia. Essere competenti non significa non avere dubbi; essere autonomi non significa non avere bisogno di nessuno; essere persone forti non significa attraversare ogni momento della vita senza sentirsi vulnerabili.

Il problema nasce quando cominciamo a comportarci come se dovessimo nascondere ogni aspetto di noi che non corrisponde all'immagine che vogliamo offrire.

 

Quando essere forti diventa un obbligo

 

Per alcune persone, mostrare le proprie fragilità è difficile perché hanno imparato a considerare la forza e l'autonomia requisiti indispensabili per essere apprezzate.

Può trattarsi di una convinzione costruita nel tempo, attraverso esperienze familiari, scolastiche o relazionali. In alcuni contesti, esprimere tristezza o paura viene accolto con comprensione; in altri, le emozioni vengono minimizzate, derise o interpretate come segni di debolezza.

Un bambino che sente ripetere di non piangere, di non lamentarsi o di dover essere sempre capace di affrontare le difficoltà può imparare che alcune emozioni è meglio non mostrarle. Allo stesso modo, chi ha sperimentato critiche o umiliazioni quando si è esposto può diventare più prudente nel raccontare ciò che prova.

Non è necessario che queste esperienze siano state particolarmente evidenti o che abbiano avuto tutte lo stesso significato. A volte è sufficiente aver avuto ripetutamente la sensazione che i propri bisogni non trovassero spazio, che le proprie difficoltà fossero un peso o che per ricevere approvazione fosse necessario comportarsi in un certo modo.

Con il tempo, possiamo interiorizzare regole come:

«Devo cavarmela da solo».

«Non devo dare agli altri motivi per preoccuparsi di me».

«Se mostro le mie insicurezze, perderanno la stima che hanno di me».

«Prima devo risolvere il problema, poi eventualmente potrò parlarne».

Queste convinzioni non sono necessariamente consapevoli. Possiamo semplicemente accorgerci che, quando qualcuno ci chiede di parlare di ciò che proviamo, tendiamo a chiuderci o a ridimensionare quello che stiamo vivendo.

In origine, nascondere le proprie emozioni può essere stato un modo per proteggersi da reazioni dolorose. Il problema è che una strategia appresa in determinate circostanze può continuare a influenzare le relazioni anche quando il contesto è cambiato.

Possiamo così ritrovarci a proteggerci da un giudizio che temiamo, senza sapere se la persona che abbiamo davanti reagirebbe davvero in quel modo.

 

La vergogna: quando una difficoltà sembra dire qualcosa sul nostro valore

 

 

Non tutte le emozioni sono ugualmente difficili da condividere. Per alcune persone è relativamente semplice raccontare un problema pratico, mentre diventa molto più complicato ammettere di sentirsi inadeguate, di avere paura di essere rifiutate o di non sentirsi all'altezza degli altri.

Una possibile ragione è la vergogna.

La vergogna non riguarda soltanto il fatto che qualcosa sia andato storto. Può coinvolgere il modo in cui percepiamo noi stessi: non pensiamo semplicemente di aver commesso un errore, ma rischiamo di sentirci sbagliati per averlo commesso.

La differenza è importante. Se consideriamo una difficoltà come un'esperienza circoscritta, possiamo parlarne senza necessariamente mettere in discussione tutto il nostro valore. Se, invece, la interpretiamo come la prova di un difetto personale, raccontarla può diventare molto più minaccioso.

Per esempio, ammettere di essere delusi per un insuccesso può essere difficile se siamo convinti che una persona intelligente debba sempre riuscire nei propri obiettivi. Raccontare di sentirci soli può farci vergognare se interpretiamo la solitudine come la dimostrazione di non essere abbastanza interessanti o desiderabili.

In questi casi, non cerchiamo soltanto di evitare il giudizio degli altri. Cerchiamo anche di non entrare in contatto con un giudizio negativo che abbiamo già imparato a rivolgere a noi stessi.

Possiamo quindi minimizzare ciò che proviamo, trovare giustificazioni oppure fingere che una situazione ci interessi meno di quanto non faccia realmente. Tutto questo può ridurre temporaneamente il disagio, ma rende più difficile riconoscere i nostri bisogni e comunicarli in modo autentico.

Imparare a mostrare le proprie fragilità richiede anche di distinguere ciò che ci accade dal giudizio che formuliamo su di noi. Essere in difficoltà non equivale a essere inadeguati; provare paura non significa essere codardi; avere bisogno di vicinanza non significa essere incapaci di stare da soli.

 

 

Il bisogno di mantenere il controllo

 

 

Mostrarsi vulnerabili comporta anche una perdita parziale di controllo.

Quando raccontiamo qualcosa di personale, non possiamo decidere completamente come reagirà l'altra persona. Possiamo scegliere le parole, il momento e il contesto, ma non possiamo garantire di essere compresi esattamente come vorremmo.

Per chi è abituato a gestire le difficoltà attraverso l'analisi, l'organizzazione o la ricerca di soluzioni, questa incertezza può essere particolarmente scomoda.

È possibile, per esempio, parlare a lungo di un problema senza riuscire a esprimere l'emozione che lo accompagna. Raccontiamo tutti i dettagli, ricostruiamo le cause, analizziamo le possibili soluzioni, ma evitiamo di dire che siamo spaventati, feriti o delusi.

In questo modo manteniamo una certa distanza da ciò che proviamo. Il problema viene trasformato in qualcosa da comprendere e risolvere, anziché in un'esperienza emotiva da condividere.

Naturalmente, riflettere e cercare soluzioni può essere utile. Non c'è nulla di sbagliato nel preferire un approccio razionale alle difficoltà. Tuttavia, comprendere un problema non significa necessariamente aver trovato il modo di stare in relazione con le emozioni che suscita.

A volte, ciò di cui abbiamo bisogno non è un'altra spiegazione, ma la possibilità di dire a qualcuno che stiamo male senza dover dimostrare di avere già tutto sotto controllo.

 

 

Perché ci chiudiamo proprio con le persone a cui teniamo?

 

 

Potremmo pensare che la difficoltà a mostrare le nostre fragilità dipenda soprattutto dalla scarsa fiducia negli altri. In realtà, non sempre è così semplice.

A volte abbiamo accanto persone disponibili, che ci ascoltano e che in passato hanno dimostrato di tenerci a noi. Eppure, quando si tratta di raccontare qualcosa di personale, continuiamo a sentirci esposti.

Questo accade perché la vicinanza emotiva può rendere il rischio percepito ancora più significativo. Il giudizio di una persona a cui siamo legati può ferirci più profondamente proprio perché la sua opinione conta per noi.

Se un conoscente ci considera poco capaci, potremmo riuscire a lasciar correre. Se, invece, temiamo che una persona importante perda la stima che ha di noi, la possibilità di mostrarci vulnerabili può diventare molto più difficile.

Inoltre, quanto più desideriamo essere accettati da qualcuno, tanto più possiamo sentire il bisogno di nascondere gli aspetti di noi che temiamo possano allontanarlo.

Si crea così una contraddizione: vorremmo che le persone a cui teniamo ci conoscessero davvero, ma abbiamo paura che, se ci conoscessero fino in fondo, potrebbero non accettarci.

Per proteggerci, mostriamo soltanto ciò che consideriamo più presentabile. Evitiamo di parlare di alcune insicurezze, cerchiamo di non apparire bisognosi e tentiamo di gestire autonomamente le emozioni che potrebbero esporci.

Il risultato, però, può essere una relazione in cui ci sentiamo accettati soprattutto per la parte di noi che riusciamo a mostrare, senza sapere se anche quella più incerta e vulnerabile troverebbe spazio.

 

Quando nascondersi alimenta la distanza dagli altri

 

 

Nascondere le proprie fragilità può offrire un sollievo immediato. Se non raccontiamo ciò che ci fa soffrire, evitiamo momentaneamente il rischio di essere giudicati, fraintesi o respinti.

Ma questo sollievo può avere un costo.

Immaginiamo una persona che sta attraversando un periodo di solitudine. Vorrebbe confidarsi con un amico, ma teme di apparire bisognosa. Quando si incontrano, parla del lavoro, racconta qualche episodio divertente e si comporta come al solito. L'amico non si accorge della sua sofferenza, anche perché non ha elementi sufficienti per comprenderla.

Tornata a casa, la persona può sentirsi ancora più sola. Potrebbe pensare che nessuno si interessi davvero a lei, senza considerare che la paura di esporsi ha contribuito a mantenere nascosto proprio ciò che avrebbe voluto condividere.

Non significa che gli altri siano sempre attenti, comprensivi o disponibili. Le relazioni dipendono da entrambe le persone e può accadere di non trovare l'ascolto di cui avremmo bisogno. Tuttavia, se nascondiamo sistematicamente ciò che proviamo, riduciamo anche le possibilità che gli altri possano conoscerci e risponderci in modo adeguato.

In questo senso, la protezione può trasformarsi in una forma di distanza. Evitiamo il rischio di essere feriti, ma rendiamo anche più difficile sperimentare quella vicinanza che desideriamo.

 

 

Come iniziare a mostrarsi più autenticamente

 

 

Superare la difficoltà a mostrare le proprie fragilità non significa diventare improvvisamente persone che parlano apertamente di tutto. Non è necessario rinunciare alla riservatezza, né esporsi con chiunque.

Il primo passo consiste piuttosto nel capire che cosa ci trattiene.

Quando sentiamo il bisogno di rispondere che va tutto bene, possiamo domandarci che cosa temiamo accadrebbe se raccontassimo come stiamo davvero. Abbiamo paura di essere giudicati? Temiamo di pesare sugli altri? Ci vergogniamo di quello che proviamo? Oppure sentiamo di dover risolvere il problema prima di poterlo condividere?

Riconoscere la paura specifica può aiutarci a comprendere meglio il nostro comportamento, anziché limitarci a pensare di essere persone chiuse o incapaci di aprirsi.

Un secondo passo consiste nell'imparare a riconoscere le emozioni senza considerarle un segno di debolezza. Possiamo provare insicurezza senza essere persone insicure in ogni ambito della vita; possiamo attraversare un periodo difficile senza perdere le capacità che abbiamo sviluppato.

Successivamente, possiamo sperimentare piccoli gesti di apertura nelle relazioni in cui ci sentiamo sufficientemente al sicuro. Non è necessario raccontare subito qualcosa di molto intimo. Possiamo iniziare dicendo che una situazione ci ha messo in difficoltà, ammettendo di essere preoccupati oppure spiegando che un episodio ci ha ferito più di quanto avessimo lasciato intendere.

È importante anche osservare che cosa succede dopo. Potremmo provare imbarazzo, pentirci di aver parlato o sentire il bisogno di minimizzare ciò che abbiamo raccontato. Queste reazioni non dimostrano automaticamente che abbiamo fatto male ad aprirci: possono essere parte della difficoltà che stiamo cercando di comprendere.

Allo stesso tempo, è legittimo scegliere con attenzione le persone con cui condividere gli aspetti più delicati della nostra esperienza. Non tutti sanno ascoltare, e la vulnerabilità non deve diventare un obbligo. Essere più autentici significa anche imparare a riconoscere dove possiamo sentirci rispettati e dove, invece, è necessario mantenere dei confini.

 

 

Quando un percorso psicologico può aiutare

 

 

Per alcune persone, la difficoltà a mostrarsi vulnerabili è circoscritta a determinate situazioni. Per altre, invece, è una modalità che attraversa gran parte delle relazioni e rende difficile sentirsi davvero vicini agli altri.

Possiamo accorgerci di non riuscire a parlare delle nostre emozioni neppure con le persone di cui ci fidiamo, di vergognarci quando abbiamo bisogno di sostegno oppure di sentirci obbligati a mantenere sempre un'immagine di forza e sicurezza.

Quando questa modalità diventa rigida, può essere utile esplorare le esperienze che hanno contribuito a costruirla e le convinzioni che continuano a mantenerla.

Un percorso psicologico può offrire uno spazio in cui riconoscere le proprie emozioni, comprendere il significato attribuito alla vulnerabilità e osservare come la paura del giudizio influenzi il modo di entrare in relazione. Può inoltre aiutare a sperimentare modalità diverse di esprimere i propri bisogni, senza sentirsi costretti a scegliere tra autonomia e vicinanza agli altri.

L'obiettivo non è eliminare ogni timore né diventare completamente immuni al giudizio. È poter scegliere con maggiore libertà quando proteggersi e quando, invece, concedersi la possibilità di essere conosciuti.

 

 

Non dobbiamo essere sempre forti per essere degni di essere accettati

 

 

Forse, in alcuni momenti, non è tanto la fragilità a farci paura, quanto il significato che le attribuiamo. Temiamo che mostrare un limite possa cambiare il modo in cui gli altri ci vedono, oppure che ammettere un bisogno significhi perdere autonomia e valore.

Eppure, nessuno è sempre sicuro di sé, capace di gestire ogni difficoltà o in grado di affrontare tutto senza sostegno. Le fragilità non cancellano le nostre risorse, così come i momenti di incertezza non definiscono interamente chi siamo.

Imparare a mostrarci più autenticamente non significa rinunciare alla protezione di cui abbiamo bisogno. Significa, piuttosto, evitare che la paura del giudizio decida sempre al posto nostro.

Non dobbiamo mostrare ogni parte di noi a chiunque. Ma non dobbiamo neppure nascondere sempre ciò che siamo per paura che, se gli altri ci conoscessero davvero, potrebbero non accettarci.