Dr. Leonardo Mattei, Psicologo
Approccio Cognitivo Comportamentale
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Ti è mai capitato di ripensare continuamente alla stessa situazione senza riuscire a trovare una risposta? Oppure di immaginare tutti gli scenari peggiori possibili nella speranza di sentirti più preparato?
Se la risposta è sì, probabilmente hai sperimentato il rimuginio.
Molte persone pensano che rimuginare sia un modo per prevenire gli errori o risolvere i problemi. In realtà, quando questo processo diventa ripetitivo e incontrollabile, rischia di alimentare l'ansia e di farci sentire sempre più bloccati.
In questo articolo vedremo che cos'è il rimuginio, perché il nostro cervello lo mette in atto e quali strategie possono aiutarci a interrompere questo circolo vizioso.
Il rimuginio è una modalità di pensiero caratterizzata da preoccupazioni ripetitive e difficili da interrompere, generalmente rivolte al futuro.
La mente continua a formulare domande come:
Lo scopo è trovare una soluzione definitiva o ridurre l'incertezza.
Il problema è che, nella maggior parte dei casi, il rimuginio non porta a una risposta concreta. Gli stessi pensieri tendono semplicemente a ripetersi.
Il rimuginio non nasce per farci stare male.
Dal punto di vista evolutivo, il nostro cervello è programmato per individuare possibili pericoli e cercare di prevenirli.
Quando percepiamo una situazione come incerta o minacciosa, la mente prova ad anticipare ogni possibile scenario nel tentativo di proteggerci.
È un meccanismo che, in alcune circostanze, può essere utile.
Il problema nasce quando il cervello continua a cercare soluzioni a problemi che non possono essere risolti in quel momento o che dipendono da fattori fuori dal nostro controllo.
Una delle differenze più importanti è quella tra rimuginio e problem solving.
Il problem solving consiste nell'identificare un problema concreto, valutare le possibili soluzioni e scegliere un'azione.
Il rimuginio, invece, mantiene la persona intrappolata nelle domande.
Ad esempio:
"E se il colloquio andasse male?"
La mente continua a produrre ipotesi, ma raramente arriva a una decisione o a un comportamento concreto.
Per questo motivo, dopo ore di rimuginio, molte persone si sentono stanche ma non più preparate.
Molte persone continuano a rimuginare perché questa strategia offre alcuni benefici apparenti.
Può dare la sensazione di:
essere più preparati;
avere maggiore controllo;
prevenire gli errori;
dimostrare a se stessi di stare affrontando il problema.
Per questo motivo il cervello continua a utilizzarla.
In realtà, questi benefici sono generalmente temporanei.
Con il tempo si crea un meccanismo che tende ad autoalimentarsi.
Succede qualcosa che genera incertezza.
↓
Compare l'ansia.
↓
La mente inizia a cercare continuamente risposte.
↓
L'ansia diminuisce solo per poco.
↓
Arrivano nuovi dubbi.
↓
Il rimuginio ricomincia.
Ogni volta il cervello impara che, quando compare l'ansia, bisogna continuare a pensarci.
Questo rende sempre più difficile interrompere il processo.
Quando il rimuginio diventa abituale può avere diversi effetti sulla qualità della vita.
Ad esempio può:
aumentare l'ansia;
rendere difficile prendere decisioni;
favorire la procrastinazione;
compromettere il sonno;
ridurre la concentrazione;
peggiorare il tono dell'umore.
Molte persone riferiscono di sentirsi mentalmente esauste dopo ore trascorse a pensare, pur senza aver realmente risolto il problema.
Non esiste un modo per impedire completamente alla mente di produrre pensieri.
L'obiettivo non è smettere di pensare.
L'obiettivo è imparare a riconoscere quando il pensiero sta diventando ripetitivo e non è più utile.
Può essere utile chiedersi:
Sto cercando una soluzione concreta oppure sto continuando a preoccuparmi?
Posso fare qualcosa adesso?
Questo pensiero mi sta aiutando o mi sta semplicemente mantenendo bloccato?
Se esiste un'azione concreta, può essere utile concentrarsi su quella.
Se invece il problema non può essere risolto in quel momento, continuare a rimuginare raramente porterà nuove risposte.
Immagina di aver inviato una mail importante.
Per i minuti successivi inizi a pensare:
"Forse ho scritto qualcosa di sbagliato."
"E se il destinatario l'avesse interpretata male?"
"Forse dovrei inviarne un'altra."
Dopo mezz'ora ti accorgi di aver ripensato decine di volte alla stessa situazione, senza avere nuove informazioni.
In questo caso il rimuginio non sta aumentando il controllo sulla situazione.
Sta semplicemente mantenendo viva l'ansia.
Se il rimuginio occupa gran parte della giornata, interferisce con il lavoro, lo studio, il sonno o le relazioni e senti di non riuscire a interromperlo, può essere utile rivolgersi a uno psicologo.
Un percorso psicologico permette di comprendere i meccanismi che mantengono questo processo e di sviluppare modalità più efficaci per affrontare l'incertezza e le preoccupazioni.
Rimuginare non significa essere deboli né poco capaci di affrontare i problemi.
Molto spesso significa che il nostro cervello sta cercando, con le migliori intenzioni, di proteggerci dall'incertezza.
Il paradosso è che, quando questo meccanismo diventa eccessivo, finisce per ottenere l'effetto opposto: aumenta l'ansia e ci impedisce di concentrarci su ciò che possiamo davvero fare.
Imparare a riconoscere il rimuginio è il primo passo per costruire un rapporto più flessibile con i propri pensieri e vivere con maggiore serenità anche in presenza dell'incertezza.